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L’Ispra presenta l’Annuario dei dati ambientali 2019, un quadro aggiornato sullo stato di salute del nostro Paese. Quest’anno le informazioni sull’ambiente in Italia si confrontano con i recenti trend europei elaborati dall’Agenzia europea dell’ambiente e illustrati lo scorso dicembre a Bruxelles nel “SOER 2020 – State of the Environment Report”. A questi report, si aggiunge un altro documento, il Rapporto Ambiente di Sistema, che propone alcuni focus regionali. I dati sono stati presentati nel corso di una diretta streaming in collegamento con il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, con il Presidente del Parlamento europeo David Sassoli e con il ministro dell’ambiente Sergio Costa. Come si pone l’Italia davanti a questi trend e alle priorità politiche dell’UE in campo ambientale? Il quadro nazionale e le esperienze regionali vengono oggi delineate nel corso della presentazione dei tre report ambientali. Nonostante le politiche climatiche e ambientali dell’Unione europea abbiano portato vantaggi sostanziali negli ultimi decenni, il nostro continente deve affrontare questioni di grande portata: perdita della biodiversità, uso delle risorse, impatti dei cambiamenti climatici e rischi ambientali per la salute e il benessere.

L’Annuario ISPRA esce nel momento in cui il mondo intero è impegnato nella sfida senza precedenti del Covid-19. Dalla contrazione forzata delle attività economiche è venuto un miglioramento delle condizioni ambientali, con un costo sociale altissimo. La sfida oggi è far sì che tali condizioni non siano transitorie, ma socialmente sostenibili. La “ripartenza” riceve un nuovo e ambizioso impulso dalla Commissione europea grazie anche allo European Green Deal.

In base alle elaborazioni del SOER 2020, solo 2 dei 14 indicatori utilizzati per monitorare il ‘capitale naturale’ mostrano andamenti auspicabili per l’Europa: solo le aree protette sono in buono stato, sia terrestri che marine, mentre va male la tutela della flora, fauna, degli ecosistemi e del suolo.

Con le sue 60mila specie animali e 12mila vegetali, l’Italia è uno dei Paesi europei più ricchi di biodiversità in Europa e con livelli elevatissimi di endemismo. Un patrimonio che vede alti livelli di minaccia per flora e fauna. Forte argine al degrado sono la Rete Natura 2000 e il Sistema delle aree protette italiane: quelle terrestri sono 843 e coprono il 10,5% del territorio nazionale, 29 le aree marine protette, 2.613 i siti della Rete Natura 2000. Quanto allo stato di salute della fauna in Italia, tra i vertebrati sono i pesci d’acqua dolce quelli più minacciati, seguiti dagli anfibi e dai mammiferi. Tra le piante più tutelate dalle norme UE, il 42% è a rischio. Le minacce più gravi vengono, però, dal costante aumento delle specie esotiche introdotte in Italia dal degrado, dall’inquinamento e dalla frammentazione del territorio.
Lontana dagli obiettivi europei la salute di fiumi e laghi in Italia. Neanche la metà dei 7.493 corsi d’acqua raggiunge uno “stato ecologico buono o elevato”, ancora più grave la situazione dei laghi. Va meglio la situazione se si analizza lo stato chimico: è buono per il 75% dei fiumi, e per il 48% dei laghi. C’è anche il consumo di suolo a gravare sulla perdita di biodiversità. Sono ormai persi 23.000 kmq, con una velocità di trasformazione di quasi 2 mq/sec tra il 2017 e il 2018. Sebbene il fenomeno mostrasse segnali di rallentamento, probabilmente a causa della congiuntura economica, dal 2018 il consumo di suolo ha ripreso a crescere. Nel 2018 è stato sottratto anche il 2% delle aree protette. Il territorio italiano è fortemente esposto al dissesto idrogeologico. La popolazione a rischio frane che risiede in aree a ‘pericolosità elevata e molto elevata’ ammonta a 1.281.970 abitanti, pari al 2,2% del totale.

L’obiettivo UE di trasformare l’economia in senso circolare e sostenibile si intreccia fortemente con le attività di produzione e consumo. Ciò significa creare sistemi di produzione che favoriscano la diminuzione delle quantità di rifiuti o che aumentino l’efficienza riducendo le materie prime utilizzate. Per trasformare l’Unione in un’economia a basse emissioni di carbonio, la UE deve raggiungere entro il 2020 gli obiettivi sul clima e l’energia e deve ridurre entro il 2050 le emissioni dei gas serra dell’80-95% rispetto ai livelli del 1990. Nel quadro dell’impegno generale, si inserisce anche quello di limitare l’aumento della temperatura media sotto i 2° C rispetto ai livelli preindustriali. Il Programma chiede che entro il 2020 i rifiuti siano gestiti responsabilmente alla stregua di una risorsa, così da evitare danni alla salute e all’ambiente, la produzione di rifiuti in termini assoluti e i rifiuti pro capite siano in diminuzione, le discariche siano limitate ai rifiuti residui e il recupero energetico sia limitato ai materiali non riciclabili.

Rispetto all’Europa, l’Italia cresce molto di più nell’uso circolare dei materiali. E’ terza in EU per la cosiddetta “produttività delle risorse”, un indice usato in Europa per descrivere il rapporto tra il livello dell’attività economica e la quantità di materiali utilizzati dal sistema socio-economico.
Diminuiscono del 17,2% le emissioni di gas serra in Italia nel medio periodo. Nel primo trimestre di quest’anno, si stima per il 2020 una riduzione, a causa del lockdown, dei gas serra del 5,5% a fronte di una variazione congiunturale del PIL pari a -4,7 %. Nel 2018 la diminuzione era stata dello 0,9%, rispetto all’anno precedente e per il 2019 la tendenza è di una riduzione del 2% rispetto al 2018.Per i rifiuti urbani si stima per il 2019 una produzione pari a quella del 2018, mentre gli scenari al 2020 individuano un calo in linea con la diminuzione del PIL pari al 4,7%. In Italia, la quota di energia da fonti rinnovabili è pari al 18,3% rispetto al consumo finale lordo, valore superiore all’obiettivo del 17% da raggiungere entro il 2020. Prossimo obiettivo da raggiungere è i 32% entro il 2030.

Negativo al 2020 il bilancio generale UE su inquinamento, salute e benessere dei cittadini UE. Nessun risultato positivo per la qualità dell’aria: superati, in diverse parti dell’Europa, i valori limite e gli obiettivi previsti dalla legislazione per il materiale particolato, il biossido di azoto, l’ozono troposferico e il benzo(a)pirene. Negativa la situazione anche per l’esposizione al rumore e il rischio chimico. L’accelerazione dei cambiamenti climatici porterà probabilmente a un aumento dei rischi anche in Europa, in particolare per i gruppi vulnerabili. Gli impatti possono derivare da ondate di caldo, incendi boschivi, inondazioni e alterazioni nella larga diffusione di malattie infettive.

La temperatura cresce nel nostro Paese più che in altre parti del mondo. Nel 2018 è stata registrata un’anomalia media pari a +1,71° C rispetto alla media climatologica 1961-1990, superiore a quella globale sulla terra ferma. È stato calcolato un aumento della temperatura media pari a circa 0,38 °C ogni dieci anni nel periodo 1981-2018. Elemento che porta l’Italia ad allontanarsi dagli obiettivi di contrasto dei cambiamenti climatici. Nuovo picco per la temperatura dei mari italiani nel 2018, il secondo dopo il 2015, rispetto al periodo 1961-1990. La situazione rimane preoccupante per gli inquinanti atmosferici. Il Bacino padano è una delle aree dove l’inquinamento atmosferico è più rilevante in Europa. Guardando ai dati del 2019, il valore limite giornaliero del PM10 è stato superato nel 21% delle stazioni di monitoraggio. Rispettati invece i limiti per i PM2,5 nella maggior parte delle stazioni di rilevamento. Uno degli effetti del lockdown è stata la riduzione del biossido di azoto tra il 40 e 50% nelle regioni del Nord e nella Pianura padana. È costante l’attenzione dei cittadini verso la questione dei campi elettromagnetici, legati a smartphone, elettrodotti, impianti per la radiocomunicazione. Tra luglio 2018 e settembre 2019, i casi di superamento dei limiti di legge sono aumentati sia per gli impianti radio televisivi sia per le SRB – Stazioni Radio Base della telefonia mobile, mentre per le sorgenti ELF risultano sostanzialmente invariati Infine, le sostanze chimiche. L’UE è il secondo produttore mondiale dopo la Cina e si stima che sul mercato europeo siano presenti circa 100.000 sostanze chimiche. L’Italia è il terzo produttore europeo, dopo Germania e Francia, con più di 2.800 imprese attive e 110.000 addetti. Il Regolamento europeo REACH richiede che le sostanze vengano registrate ufficialmente: nel 2018 ne state catalogate più di 22.000 in Italia. A preoccupare sono soprattutto ipesticidi: nelle acque superficiali il 24,4% dei punti monitorati mostra concentrazioni superiori ai limiti di qualità ambientale; il 6% nelle acque sotterranee.

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